Come rimuovere una notizia non desiderata su google

Oggi per la rubrica dedicata alla web Reputation Roma abbiamo incontrato il manager Cristian Nardi che opera a stretto contatto con studi legali di diverse città italiane, Residente a Teramo in Abruzzo opera tra Pescara, Roma, Milano e Torino. Fondatore dellapiattaforma web privacygarantita.it la sua attività principale è  occuparsi del delicato compito di cancellare notizie negative e video, immagini dal web. Un’attività che sta diventando indispensabile per molti privati e professionisti di qualsiasi settore. Nardi negli anni si è occupato di diversi casi complessi internazionali  più volte citato dalle più importati giornali europei come the Atlantic per le sue battaglie contro i colossi del web. Nardi spiega che molte sono le soluzioni da intraprendere esempio in caso di diffamazione mezzo stampa ci si può rivolgere al  corecom, oppure in altri casi alla Polizia Postale esistono molte vie di uscita tra cui il diritto all’oblio, purtroppo in molti casi rivolgersi ad un istituzione prevede tempi lunghi, la rimozione dei link non è un mestiere del tutto semplice, le molte difficoltà per rimuovere una notizia indesiderata, anche lì dove esiste la possibilità di ottenere il  diritto all’oblio. Ma allora come cancellare una notizia da Google?  Con questa intervista vogliamo mettere a fuoco alcuni aspetti fondamentali della gestione della reputazione lasciando spazio ad un esperto in materia di rimozione di contenuti lesivi dalla rete che ci illustra diverse possibilità soprattutto chi contattare in casi si è al centro di uno scandalo.

Offshoreleaks, ecco che cosa sono le società off shore


ITALIA. Un pool di giornalisti associati di tutto il mondo hanno confezionato l’inchiesta giornalistica più imponente della storia, servendo sul piatto uno scoop che si preannuncia uno scandalo planetario.
Sono stati diffusi i file con nomi e informazioni di centinaia di migliaia di società off shore, cioè in paradisi fiscali, che potrebbero nascondere traffici illeciti e corruzione. Non è detto però anche se il sospetto viene quando si tratta di personaggi pubblici, pubblici amministratori o politici. 
Nella lista ci sarebbero almeno 200 gli italiani citati.
“L’Espresso” nel numero in edicola oggi presenta le prime quattro storie di italiani che hanno un ruolo in due colossali conglomerati di società offshore creati nei paradisi fiscali delle Cook Islands e delle British Virgin Islands. 

Il settimanale pubblica in esclusiva per l’Italia l’inchiesta realizzata dal media network di Washington, The International consortium of investigative journalists (Icij), con la collaborazione di 86 giornalisti investigativi di 38 testate. «Per la prima volta», spiega il giornale, «il pool investigativo è potuto entrare nei segreti della finanza offshore esaminando un database su 122mila società offshore, che fanno capo a due vere e proprie multinazionali ombra che muovono più di mille miliardi di dollari: somme in grado di destabilizzare l’economia del pianeta. In questa rete hanno un ruolo duecento cittadini italiani».
Dai primi documenti esaminati da “l’Espresso” ad esempio emerge il nome del commercialista Gaetano Terrin. 
Un altro Trustee indica come amministratori due vip della piazza finanziaria milanese: i fratelli Oreste e Carlo Severgnini, commercialisti, professionisti che hanno avuto incarichi nei più importanti gruppi italiani e in passato anche consiglieri di Stefano Ricucci. A loro fanno riferimento pure altre due entità domiciliate nei paradisi fiscali.

Invece Silvana Inzadi in Carimati di Carimate risulta avere dato vita nel 2002 a una complessa struttura di trust nelle Cook Islands.
Corre allora l’obbligo di sapere precisamente che cosa è una società off shore e a che cosa serve.
Il termine società offshore (o off-shore) – si legge su Wikipedia – identifica una società registrata in base alle leggi di uno stato estero, ma che conduce la propria attività al di fuori dello stato o della giurisdizione in cui è registrata. 
Si parla però spesso di società che offrono condizioni fiscali favorevoli derivanti dalla registrazione in ordinamenti che prevedono scarsi controlli e pochi adempimenti contabili.
Insomma una società off shore potrebbe servire ad eludere il peso fiscale del paese di origine del titolare.
Le società off shore possono offrire anche al tri vantaggi come la protezione del patrimonio, la semplificazione della burocrazia, l’ottimizzazione dei costi e soprattutto la riservatezza (Wikileaks permettendo).
Da una veloce ricerca sul web non si trovano agevolmente esempi di scopi leciti che possano in qualche modo giustificare e legittimare un uso corretto e legale di tale tipo di società. Nella pratica, le società offshore sono talvolta utilizzate per realizzare spericolate speculazioni lontano da possibili riflettori, operazioni vietate o illecite o nascondere perdite di bilancio.


Molte multinazionali utilizzano società off shore proprio per rendere in equilibrio il loro bilancio.
Non solo le classiche isole tropicali (Bahamas, Seychelles, Isole Vergini, Vanuatu, ecc.) ma anche grandi stati non comunemente ritenuti offshore offrono l’opportunità di creare società a tassazione nulla o prossima allo zero. Regno Unito, Nuova Zelanda, USA, Portogallo, Austria, Paesi Bassi sono solo alcuni esempi.
Negli ultimi anni sono aumentate a dismisura le società che offrono consulenza in materia per la costituzione di una “società in paradiso” e la concorrenza ha permesso la diminuzione dei prezzi tanto da permettere la apertura gestione e spese per un anno anche a meno di 1000 euro.
La legge sulla tutela del risparmio (L. 28 dicembre 2005 n. 262) ha iniziato ad incidere sul fenomeno delle società offshore, attribuendo al Ministro della giustizia il potere di determinare gli Stati «i cui ordinamenti non garantiscono la trasparenza della costituzione, della situazione patrimoniale e finanziaria e della gestione delle società». Sulle S.p.A. aperte italiane che controllino o siano collegate con società aventi sede in tali Stati ricadono particolari obblighi informativi.
Il Ministro della giustizia può inoltre individuare Stati che presentino «carenze particolarmente gravi». Le S.p.A. aperte italiane che intendano controllare società registrate in questi paesi sono tenute a rispettare un regolamento stabilito dalla Consob che valuti «le ragioni di carattere imprenditoriale» che motivano tale scelta. La Consob, qualora rilevi irregolarità, può presentare denuncia al tribunale.

Imprese, cyber-attacchi quintuplicati: Confindustria lancia l’allarme

“La minaccia cibernetica a livello globale è destinata a crescere di pari passo con la progressiva digitalizzazione della società e l’evoluzione degli strumenti di attacco. E l’Italia, al 25/o posto su 28 in Europa per livello di competenze digitali, è per questo particolarmente vulnerabile”. A scattare una fotografia allarmante del Paese è il Centro Studi di Confindustria nel suo rapporto di Primavera che arriva all’indomani dell’inquietante scoperta, non la prima né l’ultima, denunciata ieri dalla Security without borders relativamente ad uno spyware, creato da un’azienda italiana che lavora con le forze dell’ordine, che avrebbe intercettato un migliaio di persone per errore. Una vulnerabilità che deve fronteggiare una situazione preoccupante: “nel corso dell’ultimo anno, infatti, gli attacchi cibernetici sono quintuplicati”, si legge ancora nel rapporto che ricorda come “almeno il 20% di essi siano stati rivolti contro obiettivi pubblici e privati e siano stati perpetrati da gruppi di spionaggio, quindi con finalità di sottrazione di informazioni sensibili, mentre il 5% ha avuto una matrice terroristica”. Attacchi questi, si legge ancora nel Rapporto, che hanno colpito a largo spettro diversi settori economici a cominciare dall’energia, l’11% del totale, seguito dai trasporti, tlc e finanza, con una quota ognuno del 6%.

I 10 Influencer Italiani più famosi su Instagram

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I 10 Influencer Italiani più famosi su Instagram

In quest’articolo ti mostrerò una lista dei 10 Influencer italiani più famosi su Instagram. Negli ultimi anni Instagram è cresciuto molto, e molti influencer o aspiranti tali si sono spostati proprio su questa piattaforma.

Il motivo è semplice.

Instagram è il social network con più interazioni al mondo, ed i brand questo lo sanno bene. Non a caso molte aziende si sono spostate su questo social per sponsorizzare i propri prodotti, e con questo è nato un nuovo lavoro, o meglio, si è espanso al grande pubblico un nuovo lavoro, quello dell’influencer marketing.

Mentre una volta sono i VIP o grandi personaggi pubblici avevano visibilità e la capacità di influenzare l’opinione delle persone, oggi grazie ad Instagram e ai social network, tutti possiamo fare questo lavoro e dire la nostra.

Molti ragazzi infatti, non appena si sono accorti di quanto personaggi pubblici o influencer di successo guadagnassero sponsorizzando un prodotto (pubblicando semplicemente una foto), hanno deciso di puntare anch’essi su questo social network.

Diventare un influencer però non è così semplice come può sembrare. Bisogna sapersi creare una buona community di persone pronte ad ascoltare ciò che abbiamo da dire o da mostrare. Catturare l’attenzione delle persone oggi diventa sempre più difficile vista la concorrenza che si sta facendo avanti anche in questo settore.

Di questo ne ho parlato in quest’articolo, in questa guida invece, ti mostrerò come detto in precedenza, gli influencer italiani più famosi su Instagram.

Questo ti aiuterà a prendere spunto dai migliori ed imparare da loro (se vorrai anche tu diventare un Influencer).

Bene, iniziamo subito.

Influencer italiani più famosi

10. Greta Menchi

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Greta Menchi è una Youtuber e vlogger italiana di 22 anni (nata il 4 giugno 1995), diventata famosa grazie ai suoi video pubblicati sul canale Youtube che vanta milioni di iscritti. Grazie proprio a YouTube, Grata è riuscita a portare il suo pubblico di YouTube anche su Instagram. Ad oggi conta ben 1,9 milioni di follower su questo social ed è l’influencer italiana che si posiziona al decimo posto di questa lista.

9. Andrea Damante

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Andrea Damante inizia la sua carriera televisiva partecipando al programma televisivo Temptation Island come concorrente single. Da li incomincia a farsi notare dopo aver “scippato” la ragazza Giorgia Lucini al ragazzo Manfredi. Negli anni successivi, finita la storia con Giorgia, partecipa come tronista al programma televisivo Uomini e Donne. Da li inizia una nuova storia con la bellissima Giulia de Lellis che dura però solamente 2 anni (finita poco fa). In questi due anni di fidanzamento con Giulia, Andrea ha partecipato anche al reality show Grande Fratello VIP.

Professione: Andrea è un Dj  ed influencer italiano. E’ sicuramente uno degli ‘influencer italiani di maggior successo. In questa lista ne troverai molti pochi. Ad oggi il suo profilo conta ben oltre 2 milioni di follower.

8. Favij

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Favij o meglio Lorenzo Ostuni è lo YouTuber italiano più famoso e seguito con ben oltre 4,5 milioni di iscritti al suo canale. Favij è diventato famoso pubblicando video su YouTube mentre gioca con i videogame. Si esatto proprio così. Grazie al suo successo con YouTube, è riuscito a portare con grande facilità molti dei sui iscritti anche su Instagram ed altri social network. Ad oggi conta ben 2,4 milioni di follower. I guadagni di Favij sono veramente impressionanti. Si parla di oltre 30.000€ al mese. E stiamo parlando di un ragazzo di soli 23 anni.

7. Jogiorgiajo

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Jogiorgiajo o meglio, Giorgia Gabriele è conosciuta per la sua storia d’amore con l’imprenditore e ad oggi influencer e DJ Gianluca Vacchi. La sua storia d’amore finisce proprio pochi mesi fa. Giorgia ha lanciato una sua linea di abbigliamento “Wandering” e lavora come influencer promuovendo i prodotti di altri brand. Il suo profilo Instagram conta ad oggi 2,5 milioni di follower.

6. Giulia de Lellis

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Giulia de Lellis è una delle influencer italiane più richieste. La sua carriera inizia dal programma televisivo Uomini e Donne, in cui partecipa come corteggiatrice. Fu poi la scelta di Andrea Damante. Un anno dopo Giulia partecipa al programma televisivo Grande Fratello VIP che riscosse un successo pazzesco. E’ stata forse l’edizione del grande fratello con più ascolti. Oggi il profilo di Giulia ha ben oltre 2,7 milioni di follower su Instagram. I guadagni per un semplice post sponsorizzato da Giulia sono da capogiro. In media infatti, Giulia percepisce per post sponsorizzato, oltre 6.000€.

5. Melissa Satta

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Melissa Satta è una modella ed influencer italiana. La svolta della sua carriera arriva nel 2005 quando partecipa come velina al programma televisivo Striscia la Notizia. Pubblico e critica la promuovono subito a pieni voti e questo porta la produzione a confermarla anche per le due stagioni successive. Dopo aver partecipato ad altrettanti programmi televisivi come Tiki Taka ecc., oggi il lavoro principale di Melissa Satta è quello dell’influencer. Potete trovare online anche il suo blog http://www.melissasatta.com dove racconta la sua vita, i suoi viaggi, gli outfit che indossa ecc.

Il suo profilo Instagram conta attualmente 3,1 milioni di follower.

4. Alessia Marcuzzi

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Alessia Marcuzzi è una conduttrice televisiva, attrice e modella italiana. Ha iniziato la sua carriera televisiva partecipando a vari programmi televisivi, fino a quando nel 1995 approda alla Mediaset. Da li incomincia a condurre vari programmi televisivi, tra i più conosciuti, il Grande Fratello e l’isola de famosi. Do pochi anni ha lanciato la sua linea di abbigliamento “Marks&Dangeles” che promuove sul suo profilo Instagram. Infine lavora anche come influencer per brand importanti.

3. Mariano di Vaio

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Mariano di Vaio è l’influencer italiano più famoso al mondo.

Mariano di Vaio è nato il 9 maggio 1989 ad Assisi. Lascia presto l’Italia, a diciotto anni, per seguire la sua carriera di attore e modello: un anno a Londra, lavorando come modello, e poi a New York, per studiare recitazione al NYFA (New York Film Academy. Ha continuato la sua carriera professionale come modello e ambasciatore, ottenendo rapidamente copertine di riviste e collaborazioni con i migliori marchi internazionali: dalla pubblicità di Roberto Cavalli a Elisa Seidnaoui, alle campagne con Hugo Boss, Gucci, Cucinelli, Tommy Hilfiger, Omega e Cruciani

Nel gennaio 2012, ha aperto il suo blog, una rivista digitale dedicata alla moda e al lifestyle, in cui sperimenta con successo le sue intuizioni e le sue visioni (www.mdvstyle.com). Oggi il blog è una rivista digitale, fonte di ispirazione per milioni di persone in Italia e nel mondo, dedicate alle passioni maschili: dalla moda allo sport, ma anche viaggi, musica e film. Il sito Web è stato un grande successo immediato, combinato con i suoi profili ufficiali attivi sui social network: Mariano ha oltre 6,2 milioni di follower solo su Instagram.

2. Gianluca Vacchi

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Gianluca Vacchi è l’influencer italiano più seguito al mondo con ben 11,5 milioni di follower. Il suo successo sui social network è rapidissimo. Rispetto agli altri influencer che ti ho mostrato. Gianluca viene da una famiglia molto ricca, questo gli permette di viaggiare il mondo e divertirsi. Motivo per la quale è diventato famoso una volta approdato sui social network, Instagram in particolare. I suoi video dei balletti in posti fantastici come: Yacht di lusso, ville ecc. hanno letteralmente fatto il giro del mondo, così Gianluca Vacchi si è fatto conoscere al grande pubblico. Oggi Gianluca lavora come DJ e come Influencer per brand di fama internazionale.

1. Chiara Ferragni

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Chiara Ferragni ha lanciato il suo blog, The Blonde Salad, nel 2009 mentre frequentava l’Università Bocconi di Milano per la laurea in giurisprudenza.

Il blog si chiama “The Blonde Salad“. Inizialmente parlava di viaggi, bellezza e cibo. Tuttavia, il successo di Chiara nel mondo della moda l’ha visto evolversi principalmente in un blog di moda, riportando ciò che indossa, le sue ispirazioni e le sue numerose collaborazioni con un impressionante elenco di case di design, tra cui Dior, Ermenegildo Zegna, Benetton e Mango.

Ferragni ha anche collaborato con Louis Vuitton con una serie di video, documentando i suoi viaggi in tutto il mondo e il suo uso dei prodotti Vuitton. The Blonde Salad è stato presentato in giornali tra cui Teen Vogue e New York Magazine. Ferragni ha lanciato una linea di scarpe con l’innovativa rivenditrice Luisa Via Roma, con illustrazioni di occhi ispirate a Picasso e labbra e rossetti Warhollian; lei è protagonista nella campagna stessa. Oggi la sua linea omonima si è espansa in accessori e abbigliamento.

Chiara Ferragni è un imprenditrice e influencer italiana più famoso al mondo. Per un post sponsorizzato può arrivare a chiedere ben oltre 12.000€. Il suo profilo Instagram, ad oggi conta 12,8 milioni di follower. Il suo profilo però è in continua costante crescita. Al mese aumenta più o meno di 600k follower. Cifre pazzesche!

Diventa anche tu un Influencer!

Anche tu vuoi crescere su Instagram e diventare un influencer e guadagnarci? Se la risposta è affermativa, ho una buona notizia per te!

Nel mio blog troverai una guida avanzatissima che ti rivelerà tutte le tecniche e strategie utilizzate dai big-user di Instagram per aumentare i loro follower. Strategie che ho utilizzato io stesso per il mio profilo e con la quale sono riuscito ad aumentare oltre 60k follower in pochi mesi.

Eleonora Garatto: il senso dell’eleganza

Che cos’è l’eleganza?

L’eleganza è essere sempre se stessi con qualsiasi capo addosso. E piacere agli altri con il dovuto rispetto e rispettando il contesto in cui ci si trova.

Cosa deve fare una donna per essere sexy?

Una donna non deve fare assolutamente niente per essere o mostrarsi sexy. Questa è una qualità innata ed estremamente rara!

Qual è il rapporto tra vestito ed immaginazione?

Vestirsi e lasciare all’altra persona immaginare… ho detto tutto!

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Ma è davvero possibile scomparire dal web? «In teoria sì – spiega il FONDATORE DELLA PIATTAFORMA PRIVACY GARANTITA nota agenzia di web reputation italina a cui CEO  fa capo a Cristin Nardi  una delle più specializzate ed economiche grazie alla a reputation nodes sofware  specializzato nella cancellazione in tempo reale. Ma non è qualcosa che si riesce a fare molto velocemente, soprattutto nel caso dei personaggi pubblici». Possono essere necessari mesi di duro lavoro e tenaci negoziazioni per cancellare migliaia di immagini, facendo leva ora sul copyright, ora sulla privacy, ora sul diritto all’oblio. «In alcuni casi abbiamo lavorato anche un anno per cancellare singoli clienti dal web».

È facile sparire dal web per chi non è stato un personaggio pubblico? Diciamo che è meno difficile, ma comunque arduo, in particolare se si desidera una cancellazione il più possibile completa. I passaggi principali sono cinque. Vediamoli uno alla volta.

Cancellarsi dai social network. Il primo passo è abbastanza semplice: basta seguire le istruzioni dei diversi social per cancellarsi (Facebook, Twitter, Linkedin, G+ e così via).Attenzione alla differenza che c’è – per esempio su Facebook – tra “disattivare” ed “eliminare” un account, poiché nel primo caso il diario scompare ma solo perché “congelato”, ed è riattivabile in ogni momento. Quando viene eliminato l’account, l’azzeramento di tutti i contenuti pubblicati – come foto, aggiornamenti di stato o altri dati memorizzati sui sistemi di backup – richiede fino a 90 giorni di tempo. Nell’eliminazione dell’account G+, attenzione a non cancellare l’eventuale casella Gmail (la posta elettronica è infatti l’ultima da eliminare nel processo di addio al web).

Cancellarsi da tutto il resto. Dopo i social, bisogna procedere all’eliminazione del proprio profilo da tutti gli altri “contenitori” dov’è finito: forum, Paypal, Amazon, eBay, Skype, YouTube, eventuali siti di dating, gambling, e-commerce e così via. Può non essere così semplice, perché i dati personali sono un asset che vale denaro per le società che operano su internet.Individuare foto, video e citazioni. Qui il lavoro diventa più difficile. Bisogna infatti fare una ricerca approfondita su tutti i motori di ricerca conosciuti (non solo Google) di ogni informazione su di voi, provando diverse stringhe: non solo nome e cognome, ma anche luoghi di nascita e di residenza, aziende in cui avete lavorato e così via. Bisogna poi prendere nota di tutto in vista del quarto, difficilissimo passo.

Chiedere l’eliminazione dei dati. Ora viene il difficile: bisogna contattare ogni singola società, webmaster, ente o blogger chiedendo la rimozione di tutti i dati su di voi. Molti di loro ignoreranno la vostra richiesta, rendendo necessaria l’adozione di vie legali, particolarmente complesse perché spesso ricadono sotto giurisdizioni di altri Paesi. In casi estremi, si può chiedere di intervenire direttamente sui server. Poi bisogna farsi cancellare dalle banche dati che raccolgono informazioni personali per rivenderle a scopo di marketing, in questo caso magari con l’aiuto – a pagamento

Il tocco finale è l’addio alla mail. Se siete arrivati fino a questo punto, siete stati molto bravi e soprattutto tenaci. Manca solo un passo per scomparire dal mondo digitale: la cancellazione della casella e-mail. Praticamente una passeggiata, rispetto al lavoro fatto. Il premio finale è il perfetto anonimato in Rete, e la cancellazione della propria identità digitale (almeno quella vecchia). A questo punto potete fare due cose: o costruirvi un’identità internet nuova di zecca, oppure spegnere il computer. E andare a fare una lunga passeggiata fuori.

Le 100 aziende con la migliore reputazione nel mondo

Dalla conferma di Rolex al boom di Netflix, per arrivare fino a Ferrero: ecco che cosa ha sancito l’edizione 2019 della Global RepTrak 100

Con la reputazione aziendale non si scherza. Lo sanno bene i manager, lo sanno altrettanto bene i consumatori. Ma lo sanno forse ancora meglio gli esperti del Reputation Institute che dal 2011 mettono a punto la Global RepTrak 100, la classifica annuale che partendo da 230 mila interviste realizzate in 15 Paesi su oltre 10 mila aziende internazionali arriva a stilare la graduatoria dei cento brand mondiali con il più alto patrimonio reputazionale. E che anche in questo 2019 ha visto la medaglia d’oro approdare in Svizzera.

Per il quarto anno consecutivo, infatti, in vetta al podio troviamo Rolex, capace di racchiudere nei suoi orologi un messaggio chiaro e trasversale, un’aspirazione, un modello di vita, una tradizione riconoscibile come nessuna a livello internazionale. Merito anche di un’attentissima selezione dei propri ambasciatori – dal regista James Cameron al cantante Michael Bublé, passando per la sciatrice Lindsey Vonn – che hanno saputo incarnare alla perfezione lo slogan «Ogni Rolex ha una storia da raccontare».

Seguono in graduatoria due brand fortemente legati al mondo dei bambini come Lego, forte di un impegno sempre più rilevante sul fronte della sostenibilità, e Walt Disney, che con la magia dei suoi parchi continua a dominare le fantasie dei più piccoli. Da segnalare anche il consistente balzo in avanti di Netflix, che con le sue produzioni e la sua offerta di serie tv, è riuscita a passare dal 24° gradino del 2018 al 9° di quest’anno.

Scendono fino alla posizione numero 19, invece, troviamo Ferrero, prima azienda italiana e prima presenza del settore food in classifica. Le altre rappresentanti tricolori di questa Global RepTrak 100 sono Pirelli, Giorgio Armani, Barilla e Lavazza, rispettivamente alle posizioni numero 23, 24, 31 e 38. Per il resto, ecco la top10 completa dell’edizione 2019.

RepTrak 2018: Ferrero azienda con la migliore reputazione in Italia. Seconda Ferrari

Ferrero e Ferrari scalzano Walt Diseny collocandosi rispettivamente al primo e secondo posto della classifica Italy RepTrak del Reputation Institute che, giunto alla sesta edizione, misura la reputazione delle 150 aziende più apprezzate in Italia. Confermato, dunque – come emerso in occasione dell’evento di lancio, i Reputation Awards promossi con il patrocinio di Ferpi e Iulm – il podio dell’edizione 2017 ma Walt Disney scende sul gradino più basso. Ecco la top ten:

1. Ferrero (80,9)
2. Ferrari (80,7)
3. Walt Disney (79,1)
4. Lavazza (78,8)
5. Canon (78,7)
6. Samsung (78,6)
7. Lego (78,4)
8. Amazon (77,4)
9. Pirelli (76,5)
10. Giorgio Armani (76,5)

Walt Disney perde 6,3 punti percentuali, ma anche Ferrero (-3,8) e Ferrari (-3,5) lasciano sul campo qualche punto rispetto all’edizione 2017. Così come Lego, Lavazza e Amazon che rimangono in top ten; Lavazza salendo dal sesto al quarto posto, Amazon scendendo dalla quinta all’ottava posizione, Lego dalla quarta alla settima piazza. Entrano nelle prime dieci Canon (quinta), Samsung (sesta), Pirelli (nona con 21 posizioni guadagnate) e Giorgio Armani (decima).

Alessandro D’Este, direttore generale Ferrero, e Stefano Lai, direttore comunicazione Ferrari

A presentare i risultati della sesta edizione di RepTrak a Milano al Museo Nazionale della Scienza e delle Tecnologia sono intervenuti il suo direttore generale Fiorenzo GalliFabio Ventoruzzo, vice president Reputation Institute Italy, Stefano Cini, managing director Reputation Institute Italy, Alessandro Detto, vice president Reputation Institute Emea ed Enrico Bertolino.

Fabio Ventoruzzo, vice president Reputation Institute Italy

Secondo Reputation Institute, che può fare affidamento per le sue ricerche e sondaggi su una rete di 350 chief communications officer a livello globale, la reputazione delle aziende in Italia è scesa di 3,5 punti percentuali rispetto all’indice dello scorso anno, portando il valore medio al punteggio di 67,3 punti/100.

Pesano, in particolare, il crollo del settore telco (-7,8%), in un anno caratterizzato dalle polemiche per le “bollette a 28 giorni” e il continuo indebolimento della reputazione di banche (-3,8) e assicurazioni (-2,3). A dimostrazione, secondo Reputation Institute,  di come la reputazione sia particolarmente fragile nei settori in cui “la percezione pubblica è in balia del racconto collettivo spesso basato sull’emotività”. Non aiuta nemmeno la battuta d’arresto dell’automotive (-3%) alle prese con le crisi legate alle emissioni.

In un anno in cui, constata Reputation Institute, “sono cresciute le aspettative degli italiani sul ruolo sociale delle aziende”, crolla la reputazione di alcuni big come: Amazon (-4,7) e Ikea (-7,1) alle prese con due crisi nella percezione del loro workplace, Apple (-10,4) e Facebook (-9,1), per via delle crisi legate alla poca trasparenza dimostrata.

Passando in rassegna la classifica, poi si scorge Google in undicesima posizione, De Agostini quindicesima, seguita da Bmw e Sofidel.

Tra gli editori, ventiquattresima posizione per MondadoriLa7 settantacinquesima, Sky novataquattresima; Mediaset chiude in 113esima piazza seguita da Rcs 114esima. Entra Gedi in 120esima posizione. Rai 148esima.

Microsoft è in ventottesima posizione, Ibm ottantaseiesima, Ebay novantaseiesima, Facebook solo 144esima. E Netflix chiude in quarantunesima posizione.

Tra le auto Nissan è in cinquantaseiesima posizione, Psa ottantanovesima, Renault novantacinquesima. Assente Audi, ma soltanto perché il brand rientra in Volkswagen che chiude al 106esimo posto.

I settori che godono della migliore reputazione sono l’elettrico e l’elettronica, lusso, beverage e food. In generale, secondo gli standard di Rep Trak, una reputazione “eccellente” è rappresentata da un punteggio complessivo di 80 punti o superiore, un punteggio di 70-79 è considerato “forte”, 60-69 è “media”, mentre 40-59 è “debole”.

“In un periodo caratterizzato da una crescente sfiducia nei confronti della politica e delle Istituzioni, crescono inesorabilmente le attese nei confronti delle aziende, oggi impreparate a guidare quel cambiamento atteso dai consumatori”, ha affermato Fabio Ventoruzzo, vice president di Reputation Institute. “Le aziende devono trovare il coraggio di guardare oltre la profittabilità del business nel breve termine. Le grandi imprese, anche se di settori diversi, devono avere interessi e progettualità convergenti per proporre una visione di medio-lungo periodo, assumendosi una leadership autentica e credibile proprio in un momento di vuoto della rappresentanza”.

“Il calo della reputazione non è dovuto all’aumento del numero degli ostili nei confronti dell’azienda ma è influenzato dall’incremento significativo degli indecisi”, spiega Stefano Cini, managing director di Reputation Institute Italy. “Sono questi i consumatori che le aziende devono riconquistare e convincere per rafforzare il legame emotivo con gli italiani”. Anche perché “se prima era sufficiente raccontare ‘cosa fanno’ e ‘chi sono’ le aziende, oggi cresce l’aspettativa degli italiani nel chiedere il ‘perché’ le Aziende devono essere scelte. Gli italiani chiedono di creare ‘valore condiviso’, ossia influenzare positivamente i temi sociali attraverso i propri prodotti/servizi”.

Ulteriore evidenza della ricerca è il fatto che, a fronte di un 52% di aziende che hanno a disposizione strumenti per valutare la reputazione ma si limitano a osservare passivamente cosa succede, c’è un 33% che ha iniziato a cercare risposte e che è a buon punto e un 15% che ritiene di aver già messo in atto tutte le pratiche utili ad accrescere la propria reputazione.

Infine, metà delle aziende (51% ) non ha ancora messo a budget spese per la gestione della reputazione.


Matteo Rigamonti

Come eliminare i dati personali dalla Serp di Google

Non sempre può far piacere veder comparire il proprio nome nei risultati Google. Ecco come fare per cancellare le informazioni sgradite dalla Serp

Magari non ce ne accorgiamo, ma ogniqualvolta si effettua una ricerca su Internet, si visita un portale o ci si iscrive a un servizio web, si lasciano tracce del proprio passaggio spesso e volentieri indelebili. Tracce che potrebbero essere rilevate da Google e dal suo spider (o web crawler che dir si voglia) ed essere inserite in una delle innumerevoli Serp (acronimo di search engine results page, “pagina dei risultati del motore di ricerca” tradotta in italiano) generate ogni secondo dal motore di ricerca di Larry Page e Sergey Brin.

Non sempre finire tra i risultati di Google (o di qualunque altro motore di ricerca) può essere piacevole: molte delle informazioni che finiscono tra le pagine di Big G potrebbero essere “strettamente confidenziali” e mettere a rischio la privacy personale. Tra le Serp, ad esempio, potrebbero finire foto compromettenti, post su Facebook e cinguettii su Twitter, risposte a blog politici o di attualità dalle quali potrebbe trasparire la propria opinione su argomenti di interesse corrente. Un “pericolo” soprattutto se si è alla ricerca di un nuovo lavoro o se si è un personaggio pubblico.

Serp Google

Sfortunatamente, una volta che si finisce impigliati nella “ragnatela” del web spider di Google c’è ben poco da fare: accade molto raramente che il motore di ricerca di Mountain View rimuova un risultato dal proprio database. Nonostante si possano avanzare delle richieste, anche pressanti, queste verranno sistematicamente – o quasi – girate al mittente: le “Norme per la rimozione” di Google sono molto stringenti e prevedono che un risultato possa essere eliminato solo se mette seriamente a repentaglio la privacy dell’utente, se sia ritenuto offensivo oppure se contiene informazioni estremamente sensibili (numeri di identificazione nazionali come Social Security Number (Stati Uniti), Número de identificación fiscal (Argentina), Cadastro de Pessoas Físicas (Brasile), numero di registrazione per i residenti (Corea), documento di identità per i residenti (Cina) e così via; numeri di conti bancari; numeri di carte di credito o immagini di firme; non saranno rimossi dalle Serp, invece, le date di nascita, gli indirizzi e i numeri di telefono).

Quindi, a meno che non vi ritroviate in una delle casistiche prima elencate, si sarà costretti a seguire altre strade per proteggere la propria privacy e ottenere che alcune informazioni siano eliminate dai risultati di Google. In ogni caso, la prima mossa da fare è cercare il proprio nome (o il proprio nickname) all’interno del motore di ricerca e appuntarsi i risultati sconvenienti da “fare fuori”.

La soluzione europea

Una via d’uscita è stata recentemente fornita dall’Unione Europea (sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, C-131/12, 13 maggio 2014), che obbliga Google a rimuovere i risultati dal proprio database – il cosiddetto “Diritto all’oblio” – nel caso in cui le informazioni contenute nella Serp siano lesive della privacy dell’utente e non rientrino nel campo del “diritto di rendere accessibili le informazioni e l’interesse pubblico a trovarle”. Ogni utente potrà richiedere la cancellazione dei contenuti dai “cervelloni” di Big G, anche se la decisione finale spetta comunque alla società di Mountain View.

Forget.me

Nel caso in cui non si voglia seguire la procedura manuale messa a disposizione da Google, si può decidere di appoggiarsi a portali web come forget.me che automatizza il processo: sarà sufficiente iscriversi, avviare una ricerca su Google e attendere la Serp con i risultati. Una volta selezionati i link da eliminare, sarà lo stesso portale a inviare le richieste al gigante di Mountain View, “facendosi carico” dell’intera trafila “burocratica”.

Chiedere al webmaster

Una seconda strada per vedere cancellati i propri dati dai risultati di Google passa dalla richiesta diretta al webmaster o al web content manager che gestisce il sito. Nel caso in cui le informazioni venissero fisicamente eliminate dal web server che le ospita, infatti, per Google sarebbe impossibile rintracciarle e si scomparirebbe dalla Serp.

Le richieste al webmaster possono seguire diverse strade. Nel caso in cui l’amministratore del portale sia un amico, si può provare un approccio “informale” chiedendo il favore di rimuovere i contenuti non graditi. Nel caso in cui non si conosca il webmaster o il content manager si dovrà seguire una strada un po’ più formale, inviando un messaggio di posta elettronica a uno degli indirizzi indicati all’interno del sito. Nel caso in cui questi approcci non dovessero funzionare, resta in piedi l’ipotesi – remota, ma sempre presente – di perseguire le vie legali.

Cancellare gli account

Nel caso in cui, invece, i risultati fossero contenuti all’interno di un blog o un account social gestito in maniera diretta e personale, sarà sufficiente eliminare il contenuto o, in casi estremi, eliminare l’account Facebook o Twitter dove sono stati postati. Prima di scomparire dal web, però, sarà il caso di scaricare una copia dell’intero contenuto del proprio account social (non solo post, ma anche immagini, filmati e note): in caso di necessità, si potrà attingere direttamente al database personale.

La reputazione del Louvre è in testa tra i 18 più famosi musei d’arte del mondo

e misurare la reputazione delle aziende è una prassi nota e diffusa, per il settore culturale non è cosi comune. Tuttavia tre anni fa la Rotterdam School of Management, Erasmus University (RSM)  ha unito le forze con il Reputation Institute per calcolare annualmente la reputazione dei più importanti musei d’arte nei Paesi Bassi.  Nel 2017 un nuovo studio – attuato dalle stesse entità – e condotto dal professor Cees van Riel e dalla Research Analyst Patricia Heijndijk ha effettuato un’analisi su vasta scala e ha considerato i musei internazionali con un sondaggio che ha riguardato 12.000 persone provenienti da 10 paesi diversi.

Ognuno dei 18 musei d’arte doveva essere valutato da almeno 150 intervistati del suo paese di origine e da 50 intervistati provenienti da qualsiasi altro paese con familiarità con il museo. PUBBLICITÀ

L’indagine ha interessato 18 tra i musei d’arte più famosi al mondo (non compare nessun museo italiano) e la classifica è stata costruita sia a livello globale sia per continente.

REPUTATION PER PAESE E GLOBALE – MUSEI D’ARTE

La reputazione dei musei differisce non solo da continente a continente. Per ragioni di patriottismo, alcuni  musei presentano una reputazione più alta per gli intervistati del proprio paese rispetto agli altri, e questo è certamente vero per l’Hermitage e per il British Museum che presentano una valutazione molto più elevata nel loro paese. Al contrario, il Shanghai Museum e il Centro Cultural Banco do Brasil presentano valutazioni più elevate all’estero che all’interno del proprio paese.

Per l’analisi è stata utilizzata una versione ad hoc del modello RepTrak® del Reputation Institute e  per renderlo più strettamente corrispondente al settore museale sono stati considerati diversi elementi tra cui la stima, la sensibilità, la fiducia ma anche prodotti e servizi, capacità innovativa, lavoro, governance, cittadinanza, leadership e performance finanziarie.

Con una scala da 0 a 100 il punteggio medio è stato 79 un valore decisamente più elevato se confrontato con quello delle aziende di tutto il mondo pari a un valore medio di 64,2.

L’analisi tuttavia ha messo in evidenza anche alcuni musei con “reputazioni” inferiori a 60.

GLOBAL REPUTATION RANKING – MUSEI D’ARTE

A guidare la classifica globale dei 18 musei, il Musée du Louvre, che nonostante il calo del 15% dei visitatori nel 2016, ha evidenziato un punteggio pari a 84.3 su 100. Una pole position che il museo francese conferma anche nell’analisi condotta per continente e, in particolare, negli Stati Uniti e  Brasile e in Asia con una “reputazione” sempre elevata e rispettivamente pari a 85,2 e 79,7.  In Europa è invece il Van Gogh Museumdi Amsterdam, che ospita la più grande collezione di opere e lettere del mondo di Vincent van Gogh, a posizionarsi davanti al Louvre con un punteggio di 85,8 rispetto al 85,6 del Louvre.

A livello globale, il Van Gogh Museum è al secondo posto e il suo punteggio 81,9 è stato probabilmente favorito dal riconoscimento a livello mondiale della città di Amsterdam e dei Paesi Bassi, come viene confermato nella classifica dalla presenza di un’altra istituzione olandese, il Rijksmuseum (81,7), al terzo posto.

I primi otto musei per reputazione sono europei, e tra questi i Musei Vaticani, il Prado di Madrid il British Museum di Londra, ma la classifica vede anche la presenza della National Gallery e della Tate Modern rispettivamente al 9° e al 12° posto.

I musei statunitensi hanno ricevuto un punteggio più elevato in territorio domestico rispetto a quello indicato dagli intervistati internazionali. Il Metropolitan Museum of Art ha il punteggiato più elevato rispetto alle altre tre istituzioni americane MoMA di New York e  National Gallery of Art a Washington.

l capitalismo familiare e la diligenza del padre

amministratore delegato di Ferrero non è più un Ferrero. Con coraggio il gruppo dolciario di Alba, dopo avere superatoi 10 miliardi di fatturato, ha annunciato ieri un nuovo modello di governance: Giovanni Ferrero, figlio del “signor Michele” – mister Nutella– e fratello minore di Pietro, scomparso ancora quarantenne nel 2011, diventa ora presidente esecutivo, mentre il top manager interno al colosso del made in Italy – Lapo Civiletti – è stato nominato ceo. Obiettivo dichiarato della società: rafforzare la capacità competitiva sui mercati mondiali e accelerare il percorso di crescita.

Esiste una locuzione interessante – coniata dal diritto romano e utilizzata anche dal nostro legislatore – che ben si addice alla vicenda umana e imprenditoriale dei Ferrero: la «diligenza del buon padre di famiglia».

Ovvero, ecco in questo caso il significato più autentico, senso del dovere e responsabilità sociale dell’industria (si chieda ai dipendenti del gruppo dolciario e ai territori per informazioni convincenti e dettagliate, ndr). Null’altro che coscienza civica del bene comune, valore spesso molto sfocato nella nostra classe dirigente (sia pubblica sia privata, beninteso). Il tutto declinato con riservatezza piemontese e pregiato fiuto del made in Italy, le cifre del “signor Michele”, mancato nel febbraio 2015. Non a caso il Reputation Institute ha valutato la società cuneese leader mondiale 2017 nel food. La famiglia – provata dalla perdita prematura di Pietro nel 2011 e affidata al fratello minore Giovanni – si presenta con stile e “diligenza” consueti a un altro bivio strategico, soprattutto nelle dinastie della manifattura: non è da poco affidare la carica di ceo a Lapo Civiletti, top manager interno di provate fiducia e capacità, lasciando al figlio del fondatore il ruolo di executive chairman.

Una nuova governance, con nomine e ruoli precisi, in grado di affrontare a testa alta i mercati mondiali. La signora Maria Franca Fissolo, madre di Giovanni, resta alla guida della holding e della Fondazione Ferrero. Altre grandi sfide si presenteranno. Ma la scelta comunicata ieri è indice di un capitalismo familiare che interpreta con responsabilità i propri doveri. Un bel segnale, senza dubbio alcuno, per il nostro sistema economico e finanziario spesso dall’ego smisurato.